Il ministero che tace
I segreti della Difesa italiana si leggono sulle news estere
Meno male che esiste la stampa, specie quella estera, che ci rivela alcuni dei tanti segreti che governo e ministero della Difesa italiani non ritengono utile comunicare al contribuente italiano. Una regola del silenzio che ha dominato il ministero della Difesa anche con i governi politici. Col centrosinistra il ministro Arturo Parisi “congelò” le notizie belliche dall’Afghanistan e impedì le visite dei reporter a Herat mentre con il centrodestra Ignazio La Russa oscurò i raid aerei italiani sulla Libia.
3 AGO 20

Meno male che esiste la stampa, specie quella estera, che ci rivela alcuni dei tanti segreti che governo e ministero della Difesa italiani non ritengono utile comunicare al contribuente italiano. Una regola del silenzio che ha dominato il ministero della Difesa anche con i governi politici. Col centrosinistra il ministro Arturo Parisi “congelò” le notizie belliche dall’Afghanistan e impedì le visite dei reporter a Herat mentre con il centrodestra Ignazio La Russa oscurò i raid aerei italiani sulla Libia. Una censura che si è rafforzata con il governo tecnico e il ministro Giampaolo Di Paola, che peraltro può contare su un’accondiscendenza di Parlamento e media inedita rispetto ai predecessori. Basti pensare che sei mesi or sono ha potuto autorizzare i 4 jet Amx schierati in Afghanistan a bombardare i talebani senza incontrare la levata di scudi che l’anno scorso bloccò lo stesso provvedimento proposto da La Russa. Da fine gennaio né il ministero né il contingente italiano hanno però fornito informazioni sui raid condotti dai cacciabombardieri ma chi volesse farsi un’idea di quanto accade nei cieli afghani può trovare informazioni e persino video sul sito internet della Royal Air Force britannica. Gli esempi della rinvigorita omertà militare si sprecano. Tanto per restare in Afghanistan nelle ultime ore si cerca di spacciare il prossimo ritiro di alcune centinaia di militari italiani come un effetto della “spending review” ma in realtà i piani prevedono da sei mesi che la task force North basata a Bala Murghab lasci le truppe di Kabul a combattere i talebani a partire da settembre come ha scritto già in aprile un documentato articolo di Lao Petrilli sulla Stampa.
Anche sull’acquisto di nuovi equipaggiamenti il “silenzio è d’oro”, nel senso che la Difesa preferisce tacere forse per non irritare i contribuenti. Gli Stati Uniti hanno accettato di fornirci missili e bombe per armare i nostri “droni” in risposta a una richiesta di Roma dell’anno scorso. Lo abbiamo appreso dalle cronache del Congresso pubblicate dal Wall Street Journal, mentre nessuna fonte militare o politica italiana ha aperto bocca, come ha sottolineato il quotidiano economico americano secondo il quale i nostri droni Reaper armati verranno schierati in Afghanistan.
L’export militare e i tagli
Grazie a Tom Kington, brillante giornalista inglese del settimanale specializzato statunitense Defense News, abbiamo scoperto che l’aeronautica militare ha ricevuto in aprile un nuovo aereo Gulfstream imbottito di apparecchiature per l’intelligence e la guerra elettronica. In attesa di trovare i fondi per acquistarne tre o quattro in sostituzione dei vecchi G-222 il velivolo è stato preso in leasing per un anno dall’azienda americana Lockheed Martin, la stessa che produce i cacciabombardieri F-35. Quanto ci costerà il contratto, firmato l’anno scorso, che prevede anche l’addestramento degli equipaggi del 14° Stormo negli Stati Uniti? A Roma nessuno ritiene necessario dirlo. Altri velivoli del tipo Gulfstream, ma modificati in versione da scoperta avanzata dotata di un radar a lungo raggio, dovrebbero venire acquisiti in Israele (gli Eitam prodotti dalla Israel Aerospace Industries) in cambio della fornitura all’aeronautica di Gerusalemme di addestratori italiani M-346 Master. Uno scambio ancora privo di contratti e conferme rivelato nel dicembre scorso dalla rivista web Analisi Difesa, non da fonti ufficiali. Anche sull’export militare la cappa del silenzio è totale. Nelle recenti visite a Tokyo, Manila e Brasilia il ministro Di Paola ha cercato di potenziare l’export di navi e aerei militari, apparati elettronici e missilistici mentre la marina filippina, impegnata in un braccio di ferro con i cinesi per il controllo di alcune isole, è interessata ad acquistare parte della ventina di navi da guerra che la nostra marina si appresta a radiare. Un mercato dell’usato al quale sembrano interessati anche Ecuador e Perù come riferiscono indiscrezioni sulla stampa specializzata e notizie riportate dai media di quei paesi. Il sobrio silenzio dei tecnici sulle questioni militari potrebbe essere dovuto anche all’imbarazzo determinato dal Rapporto di performance 2011 trasmesso dal ministero della Difesa al Parlamento. Mentre si stanziano miliardi per acquisire armi e mezzi, il rapporto evidenzia debiti per 255 milioni relativi in gran parte a bollette di gas, luce e acqua dell’anno scorso e non pagate.
L’export militare e i tagli
Grazie a Tom Kington, brillante giornalista inglese del settimanale specializzato statunitense Defense News, abbiamo scoperto che l’aeronautica militare ha ricevuto in aprile un nuovo aereo Gulfstream imbottito di apparecchiature per l’intelligence e la guerra elettronica. In attesa di trovare i fondi per acquistarne tre o quattro in sostituzione dei vecchi G-222 il velivolo è stato preso in leasing per un anno dall’azienda americana Lockheed Martin, la stessa che produce i cacciabombardieri F-35. Quanto ci costerà il contratto, firmato l’anno scorso, che prevede anche l’addestramento degli equipaggi del 14° Stormo negli Stati Uniti? A Roma nessuno ritiene necessario dirlo. Altri velivoli del tipo Gulfstream, ma modificati in versione da scoperta avanzata dotata di un radar a lungo raggio, dovrebbero venire acquisiti in Israele (gli Eitam prodotti dalla Israel Aerospace Industries) in cambio della fornitura all’aeronautica di Gerusalemme di addestratori italiani M-346 Master. Uno scambio ancora privo di contratti e conferme rivelato nel dicembre scorso dalla rivista web Analisi Difesa, non da fonti ufficiali. Anche sull’export militare la cappa del silenzio è totale. Nelle recenti visite a Tokyo, Manila e Brasilia il ministro Di Paola ha cercato di potenziare l’export di navi e aerei militari, apparati elettronici e missilistici mentre la marina filippina, impegnata in un braccio di ferro con i cinesi per il controllo di alcune isole, è interessata ad acquistare parte della ventina di navi da guerra che la nostra marina si appresta a radiare. Un mercato dell’usato al quale sembrano interessati anche Ecuador e Perù come riferiscono indiscrezioni sulla stampa specializzata e notizie riportate dai media di quei paesi. Il sobrio silenzio dei tecnici sulle questioni militari potrebbe essere dovuto anche all’imbarazzo determinato dal Rapporto di performance 2011 trasmesso dal ministero della Difesa al Parlamento. Mentre si stanziano miliardi per acquisire armi e mezzi, il rapporto evidenzia debiti per 255 milioni relativi in gran parte a bollette di gas, luce e acqua dell’anno scorso e non pagate.